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5月9日 PRO USAL’INTERVISTA La parola ai “PRO”: Braden Gellenthien Direttamente dagli States il sunto di una lunga chiacchierata con uno fra i tiratori più giovani e vincenti del circuito professionistico d’oltreoceano.
E’ consuetudine che tu ci racconti dei tuoi inizi arcieristici. “ Il tutto è cominciato a 10 anni, durante un campo Scout. Ricordo anzi perfettamente la mia prima freccia scoccata con un vecchissimo arco ricurvo mentre se ne volava sopra il paglione delle 10 Yarde. Rimasi impressionato dalla precisione di cui erano capaci i ragazzi più grandi che invece non uscivano quasi mai dall’ 8 sulla targa da 120 mm. E fu forse quella la molla che mi spinse a tentare comunque, a provarci ancora e, in definitiva, a cercare la strada per migliorare. Al ritorno dal campo naturalmente iniziai a stressare i miei genitori perché mi comprassero un arco e, fortunatamente, ma non senza lunghe ed estenuanti discussioni, mi accontentarono. Beh, ad essere sinceri, avendo solo 10 anni, più che le discussioni furono i miei continui piagnistei a convincerli. In ogni caso raggiunsi il mio scopo”. E quindi, le prime gare … “ Sì, ho iniziato a tirare in maniera costante entro il progetto Junior Olympic Archery Development e quindi a partecipare alle prime gare a livello regionale. A 14 anni, dopo aver vinto più di qualche campionato di stato, in tutta sincerità pensavo proprio d’essere un gran tiratore. In realtà però non era affatto così. Ero infatti uno di quegli arcieri che sul grilletto dello sgancio ci “pestava” alla grande, in maniera conscia, diretta e piuttosto pesante. Non potevo nemmeno immaginare che esistesse un altro modo di sganciare, ed infatti, i miei punteggi non salivano più di tanto nonostante il mio impegno. Stavo in effetti cercando qualcosa che mi rendesse ancor più preciso e performante .Un giorno però il coach Terry Wunderle fu chiamato dalla mio Club per uno stage e decisi di farmi dare un’ occhiata da lui”. Una grande opportunità … “ Che colsi al volo. Ricordo ancora che, aspettando il mio turno di tiro, mi caricai al massimo deciso a fare un’ ottima impressione. Quando toccò a me quindi mi concentrai a fondo ed una volta arrivato all’ancoraggio piazzai il mirino sulla “X” ed al momento opportuno pigiai con convinzione sul grilletto dello sgancio. La freccia andò diritta nel mezzo e pensai: “… Grande, ottimo lavoro!!!... “. Coach Wunderle però, regalandomi invece un’ alzata di spalle mi disse:” Non hai vita molto lunga come tiratore, se continui così entro tre mesi non riuscirai più a tirare una freccia decente”. Rimasi di sasso e lasciai il campo convinto che quell’uomo forse non avesse poi le idee così chiare. Secondo me il mio modo di tirare andava benissimo ed avrei potuto continuare così per sempre. Nemmeno a dirlo però, dopo poco più di tre mesi caddi vittima di una gigantesca crisi di Target Panic. Qualcuno del mio Club allora mi fece provare un vecchio Back Tension Release e tutti i problemi scomparvero come per incanto. Fui davvero fortunato in quell’occasione”. E da lì in poi?. “Quasi immediatamente chiamai coach Wunderle scusandomi per l’atteggiamento tenuto durante quel seminario e gli chiesi se volesse darmi una mano . Ancora una volta fui fortunato e Terry, dimostrandosi oltremodo indulgente, accettò d’aiutarmi. Gli spedii dei video perché potesse valutare la mia azione e suggerirmi dei cambiamenti e, da subito, i miei score aumentarono. Decisi quindi di andare direttamente da lui per delle sedute personali di training. In quei giorni lavorammo instancabilmente sull’approccio mentale di ogni singola freccia scoccata e quando, alla fine, tirai le mie prime 60 frecce a 18 metri tutte nella “X”, realizzai che l’arcieria sarebbe diventato lo sport della mia vita”. Quando hai deciso che saresti diventato un tiratore professionista?. “ Non c’è stato un momento preciso in realtà. Durante la mia seconda stagione FITA pensai, assieme a Terry, che avrei potuto tentare d’essere il primo tiratore Juniores ad entrare nella squadra Seniores FITA. Iniziai subito quindi a partecipare a delle gare iscrivendomi nella categoria superiore. Dopo un paio di tornei vinsi il Texas Shootout passando indenne tutti gli scontri sino al gradino più alto del podio e cominciai seriamente a pensare che, forse, avrei potuto essere veramente competitivo anche gareggiando fra i “grandi”. Intensificai gli allenamenti per presentarmi agli USA Trials del 2003 per i Mondiali Targa di New York dove comunque pensavo di poter accumulare quelle esperienze che in futuro mi sarebbero sicuramente state utili. Quasi inaspettatamente mi ritrovai invece qualificato assieme a Dee e Reo Wilde e Dave Cousins. E a quei mondiali arrivasti a conquistare la medaglia di bronzo individuale … “ Proprio così. Prima dei mondiali mi sono allenato una settimana con Dave ed il giorno dei tiri di prova ufficiali sono sceso molto presto con lui al campo per non trovare la linea di tiro affollata e contare in pace un po’ di punti. Abbiamo cominciato a 90 metri: 343 io, 346 per Dave. Siamo poi passati ai 70, 358 io, 357 lui, poteva bastare. Sicuramente quella singola sessione di tiro mi ha permesso di prendere lo slancio per, appunto, arrivare al terzo posto assoluto a quei campionati. Ecco, forse dopo quella medaglia ho cominciato a realizzare che davvero avrei potuto fare del tiro con l’arco un vero e proprio lavoro”. Cosa significa essere un arciere professionista ?. “ Molto di più che fare sempre un sacco di punti, questo è certo. Ritengo che la promozione della disciplina, il condividere le personali esperienze di tiro con gli altri arcieri, l’essere d’esempio per i giovanissimi e, in definitiva, il farsi carico di certe responsabilità inerenti l’immagine del nostro sport nel mondo faccia parte dei miei doveri e di tutti quelli che come me hanno scelto di vivere d’arco. Certo talvolta non è semplice. Naturalmente, quando sei nel bel mezzo di un Olympic Round e stai cercando di dare il massimo può non essere facile nè comodo stare ad ascoltare chi , per esempio, ti chiede consigli ma, che dire …, è il mio lavoro in fondo no?!”. Che consigli potresti dare ad un buon tiratore che pensa di affacciarsi al professionismo?. “ Credo che se non sei nelle condizioni di capire quello che serve per diventare un Pro forse non sei nemmeno in grado di provare a diventarlo. Il dato essenziale che differenzia i tiratori professionisti dai comunque ottimi tiratori è senza dubbio la capacità di esprimersi al meglio al di là ed al di sopra delle proprie emozioni . E’ questa una condizione semplicemente essenziale che deve fungere da faro a tutti quelli che volessero tentare l’avventura professionistica”. Come mai hai scelto questo stile di vita?. “ Fondamentalmente perché amo la sfida. Ogni giorno sfido me stesso attraverso la ricerca della perfezione, sia posturale che esecutiva. Il successo in una competizione è per me, ovviamente, anche un incentivo economico, mentre i buoni esiti di una seduta di training mi permettono di acquisire ancor più fiducia nel mio modulo esecutivo e quindi nella capacità di esprimermi al meglio sotto pressione. Gli straordinari momenti che si possono vivere in cima ad un podio quando senti suonare l’inno e la bandiera della tua nazione svetta più in alto di tutte mi fanno ancora oggi venire le lacrime agli occhi. Ed è proprio per inseguire queste ineguagliabili emozioni che io tiro “. Tuo padre non è mai stato un tiratore eppure ti segue quasi sempre durante i tornei. Che ruolo ha avuto nella tua formazione sportiva?. “ E’ stato colui che ha letteralmente permesso l’inizio della mia carriera arcieristica assistendomi in tutto e per tutto sin dalle prime gare. Durante gli anni poi, pur non essendo un tiratore, ha comunque imparato molto sui materiali e sul loro trattamento ed oggi lo posso tranquillamente definire il mio “tecnico delle frecce”. Assieme a mio padre ho macinato miglia su miglia e passato centinaia di nottate in hotel . A lui piaceva vedermi tirare, a me dava sicurezza sapere che si sarebbe occupato di tutto, dal nolo delle auto alle prenotazioni alberghiere. Oggi che sono decisamente più “grandicello” però, me la cavo da solo”. Tecnicamente parlando il tuo punto forte sembra essere il braccio dell’arco. “ Questo in effetti è stato uno degli aspetti tecnici sui quali Coach Wunderle ha sempre insistito molto. Il braccio dell’arco d’altro canto è anche a mio avviso uno degli aspetti più importanti del tiro. L’ho sempre curato molto allo scopo di renderlo quanto più sicuro, potente e preciso possibile. Sì, decisamente il mio tiro è costruito attorno al mio braccio dell’arco”. Il tuo posizionamento rispetto al bersaglio si può definire decisamente “chiuso”. Non sono molti i tiratori di livello ad aver fatto questa scelta posturale …. “ Già adottando una posizione semplicemente neutra rispetto al bersaglio per qualche motivo il mio braccio dell’arco subisce delle notevoli deviazioni verso sinistra. Aprendomi ancor di più verso la targa tale effetto viene ulteriormente enfatizzato. Logicamente, quindi, la mia scelta è stata quella di chiudere le linee principali sempre alla ricerca di un tiro costruito attorno al braccio dell’arco. In effetti , una volta raggiunta la linea di tiro, l’acquisizione di questo atteggiamento posturale attraverso il posizionamento dei piedi rimane il punto primo della mia personale sequenza esecutiva”. Sul tuo arco sei solito montare un baffo laterale molto sporgente che dà l’impressione di un bilanciamento estremamente lateralizzato. Come sei arrivato a questa soluzione?. “ Con Un baffo laterale normalmente orientato accadeva che al follow trough la corda mi colpisse regolarmente l’avambraccio dell’arco. Settando molto esternamente lo stesso baffo tutto questo, semplicemente, non accadeva più. Non molto tecnica come risposta, me ne rendo conto ma, perché mentire?. Mi piace inoltre avere un buon peso sulla stabilizzazione centrale e quindi mi ritrovo a dover bilanciare il peso del baffo laterale, quello del mirino ed infine, appunto, quello piazzato sul terminale centrale. Con un piccolo ulteriore apporto di massa piazzato posteriormente al riser quindi non faccio che annullare il peso frontale del mirino mentre con il baffo laterale così esterno bilancio sia il peso del mio centrale che quello laterale del mirino, proprio come un tiratore che adotti un normale V Bar arretrato”. Puoi illustraci la tua sequenza di tiro?. “ Ok, ci posso provare anche se, dato che i passi si susseguono molto velocemente e, talvolta del tutto inconsciamente, potrei forse accavallare qualcosa. Tuttavia, per sommi capi io: 1) Arrivo alla linea di tiro e setto i piedi in posizione chiusa 2) Incocco la freccia ed aggancio il rilascio meccanico alla corda 3) A questo punto rivolgo lo sguardo al bersaglio e focalizzo la visuale 4) Nel tiro all’aperto leggo le condizioni esterne per intuire le eventuali contromire 5) Visualizzo l’azione 6) Alzo il mio arco e traziono mantenendo il focus sul bersaglio. ( talvolta rileggo le bandierine per percepire eventuali cambiamenti di vento e quindi di mira) 7) Quando alzo il braccio dell’arco lo pre - carico molto quasi spingendo sull’arco in attesa della trazione. 8) Traziono cercando il mio ancoraggio che vede l’incavo delle dita fra indice e medio incastrarsi all’angolo della mascella. 9) Mi stabilizzo, guardo attraverso la peep e piazzo il punto di mira sul centro del bersaglio. 10) A questo punto,invece di cercare di bloccare il punto di mira nel centro, mi concentro nel ridurre il movimento del mio braccio dell’arco. 11) Arrivato a questa fase se sto usando un rilascio a pollice metto appunto il pollice sul trigger ed inizio ad incrementare la tensione dorsale sino a che la freccia non parte. Con il Back Tension Release, invece, do vita ad un’ azione che vede il mio gomito di trazione spostarsi indietro ed in basso sino a che l’apparecchio non ruoti quel tanto che basta a liberare la corda. In merito a questo, parecchi appassionati, vedendo il mio rilascio ruotare molto pensano che io usi le sole dita per far aprire lo sgancio. In effetti è vero, le mie dita lavorano tanto ma, quello che in realtà libera il rilascio è l’incremento della tensione dorsale. E’ un fatto molto soggettivo, certo, ma personalmente preferisco far lavorare le dita prima di arrivare allo scocco attraverso l’incremento. Oramai il tuo cappellino dei Boston Red Sox è diventato un mito … Sarai mica superstizioso?. “ Amo i miei Red Sox ed il cappellino che me li ricorda per me è diventato come un marchio di fabbrica anche perché rappresenta la parte degli States da cui provengo. Tuttavia no, cerco di stare lontano dalle superstizioni o dagli pseudo feticci perché credo che in qualche maniera siano, alla fine, persino limitanti. Se c’è un rituale al quale mi affido invece è quello che metto in atto ogni qualvolta mi capita di entrare in campo per uno scontro decisivo, ma è una mera questione di atteggiamento, non altro. Faccio in modo infatti di impegnare la linea di tiro con un’ andatura adeguata, la postura eretta, la testa alta e lo sguardo diritto davanti a me che oltrepassa tutto e tutti. Trovo che questo mi aiuti a prendere la giusta concentrazione rimanendo nel contempo rilassato”. A proposito di atteggiamenti …, qual è il tuo approccio mentale al tiro indoor?. In molti la ritengono una specialità piuttosto difficile da interpretare sotto questo aspetto. “ Sono semplicemente e costantemente orientato alla ricerca della perfezione esecutiva. Lavoro quindi molto sul focus per riuscire ad esprimermi al meglio anche se sottoposto ad una grande pressione agonistica. Se è vero come è vero infatti che, specialmente nel tiro al chiuso, la capacità di ripetere costantemente il tiro che riconosciamo come migliore è di basilare importanza, è vero anche che l’approccio mentale deve necessariamente essere molto curato. Personalmente mi muovo in questo senso tenendo bene a mente i riferimenti che mi vengono, appunto, dal tiro perfetto, quello che spacca in due il crocino, per intenderci. Continuo a cercare di captare quali siano le differenze fra quello scocco e tutte le altre frecce costruite non esattamente in quel modo. Questo mi aiuta a cogliere l’essenza del mio tiro, i punti chiave da non dimenticare e, in definitiva,a rendere la sequenza potenzialmente invulnerabile. E’ assolutamente necessario ricordare tutto della propria sequenza, imparare a riconoscerla ed allenarsi a ripeterla ancora, ancora ed ancora … Conoscere a fondo il proprio tiro, è questa la chiave per poter costruire anche un buon atteggiamento mentale”. E quando le cose non girano per il verso giusto come la metti?- “ Mi precipito al paglione senza visuale per recuperare le giuste priorità. Personalmente il concentrarmi troppo sul punto invece che sull’esecuzione mi porta proprio verso questo tipo di problematiche e quindi, per ristabilire velocemente la normalità esecutiva, trovo che non ci sia niente di meglio che rifocalizzarsi sull’azione pura grazie appunto al tiro da vicino senza visuale. Appena ritrovo i giusti equilibri però ritorno immediatamente alla verifica su targa con tanto di conteggio dei punti. Io poi sono particolarmente testardo e, siccome mi piace lasciare il campo di training con in mente la migliore fra le mie esecuzioni, posso stare lì a tirare anche per l’intera giornata od almeno sino a che la fatica, vuoi fisica, vuoi mentale, non arrivi a rendere impossibile il tutto. In quel caso smonto tutto e vado a casa”. Parliamo di tuning … “ Per quel che riguarda la messa a punto indoor FITA mi avvalgo di un metodo molto personale ma nient’affatto complicato. Parto da un software molto popolare per avvicinarmi ad un taglio di freccia ed un peso di punta (parlando sempre di 23/12)che soddisfino le normali richieste di rigidità di freccia. Dopodiché passo alla prova della carta ma solo per correggere degli eventuali sbandamenti troppo evidenti. Non mi preoccupo di fare un foro perfetto ma solo di rendere accettabile l’uscita. Arrivo quindi ai test di raggruppamento sui quali invece, mi piace perdere un po’ più di tempo. Tiro due frecce sullo stesso bersaglio valutandone il raggruppamento e pretendendo, dopo le piccole regolazioni eventualmente suggerite dalle deviazioni, che le due frecce arrivino a toccarsi, quasi al limite del Robin Hood. Con delle aste virtualmente orientate a 18 metri verso il medesimo foro vado infine a verificarne l’affidabilità sui tre diversi spot annotando il tutto per un set up che dovrà accompagnarmi per tutta la stagione”. E per la messa a punto all’aperto?. “ Fondamentalmente non è che faccia molto di più, per cui: Settaggio preliminare a zero ( ma valutandolo tranquillamente “ad occhio” sia per incocco che center shot, ancora una volta paper test alla ricerca dei medesimi riscontri e quindi di corsa verso un walk back tuning ridotto che mi vede scoccare una freccia a 10 metri su di uno spot al vertice del battifreccia e quindi arretrare a 40 metri effettuando lo stesso tiro ma senza spostare il mirino. Ovviamente pretendo la verticalità delle due frecce. Così non fosse correggo la posizione in orizzontale del mio rest di conseguenza ritornando però a ripetere il test partendo di nuovo dai 10 metri. Fatto questo si va a 70 metri per le prove di raggruppamento. Per stringere rosate troppo allungate in verticale agisco direttamente sul rest con micro spostamenti dell’incocco mentre per cercare la compattezza orizzontale gioco un po’ con il libbraggio dell’arco. Fine” Oltre al braccio dell’arco la tua capacità di focalizzare l’attenzione appare come la tua arma più potente. Come fai a richiamare questo stato ogni qualvolta si riveli necessario?. “ Per me è necessario sempre, forse questo è il segreto, se così si può chiamare. I miei ritmi d’allenamento, per esempio, non mutano con l’avvicinarsi dei grandi eventi. Ogni qualvolta scocco una freccia lo faccio per prendere il dieci, sempre, in allenamento come in gara e questo mi pone in una certa condizione di invariabilità situazionale che certo non può fare male. Imparo da ogni tiro, e quando si avvicina una gara, questo sì, cerco di fare mie tutte le possibili variabili che suppongo si possano presentare a livello esecutivo. Persino i miei obiettivi sono sempre gli stessi, al campetto di casa come ai Campionati Del Mondo. Inseguire la perfezione, sempre, ad ogni freccia, instancabilmente. E se in un torneo all’aperto il 90, 95% dei tiri ben riusciti mi può comunque soddisfare, in round indoor, per esempio, potrebbe non bastarmi. Non faccio mai riferimento ai miei avversari nè agli score che sono capaci di esprimere perché credo che nè serva nè aiuti. L’unica sfida aperta è con me stesso e con le mie potenzialità del momento”. Cosa ti auguri per il tuo futuro e per quello dell’arcieria in generale?. “ Per quel che mi riguarda ovviamente non posso che sperare come prima cosa di poter continuare a tirare a tempo pieno ed a livelli sempre competitivi il più a lungo possibile. Poi magari mi piacerebbe portare a buon fine un progetto commerciale che sto iniziando a sviluppare in merito alla costruzione e vendita di cablaggi e corde. Per quel che concerne l’arcieria in genere sarebbe bello che il nostro circuito professionistico potesse avvicinarsi ai modelli espressi da altri sport ( del golf, per esempio) ma, ancora prima, che la diffusione di questa nostra grande passione potesse prendere sempre più piede nelle scuole e quindi verso i giovani e giovanissimi per poter creare una base arcieristica sempre più numerosa e forte”. |
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